Il futuro del lavoro è adesso
Sull'onda delle nuove sfide accelerate dalla pandemia, nel 2022 la Fondazione Brodolini ha lanciato un Osservatorio sul lavoro sostenibile con l'obiettivo di monitorare tendenze e politiche nel cambiamento che coinvolge organizzazioni e formazione delle competenze, per comprendere in che modo il mercato del lavoro sta mutando, e diventare parte attiva nelle trasformazioni in corso. Un'esperienza che ha segnato l'avvio di nuove linee di azione e di ricerca sul futuro del lavoro.
Ne parliamo con Maria Laura Fornaci, coordinatrice della Unit Progetti Speciali della Fondazione Brodolini.
Future of Workers è stato selezionato nel 2023 dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica tra i migliori progetti per promuovere la ‘Cultura della Sostenibilità’ nel mercato del lavoro secondo i principi della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. Cosa ha significato coordinare un progetto così innovativo a partire dall'attenzione a una questione, quella del lavoro, che fin dall'inizio caratterizza per vocazione un ente di ricerca come la Fondazione?
Abbiamo ideato Future of Workers subito dopo la pandemia, quando è apparso evidente che alcuni equilibri si erano rotti: la percezione e le aspettative delle persone verso il lavoro erano cambiate profondamente, come ci ha mostrato prima il fenomeno delle "grandi dimissioni" e poi un vero e proprio ripensamento del lavoro di fronte a cui ci ha messi la pandemia. Da lì è nata la volontà di indagare il combinato disposto delle transizioni digitale, verde e sociale, che stanno trasformando silenziosamente il nostro modo di lavorare, organizzare il lavoro e i suoi significati. La transizione digitale, in particolare, con l'avvento di ChatGPT e dell'intelligenza artificiale generativa, è diventata dirompente e rapidissima, generando nuove preoccupazioni e in alcuni casi entusiasmi nei lavoratori e nelle lavoratrici sulla stabilità occupazionale, sulla qualità del lavoro e sulla necessità di una formazione continua per affrontare carriere sempre meno lineari.
In che modo il lavoro dell'Ossevatorio ha permesso di intercettare in anticipo l’impatto delle transizioni verde, e digitale e sociale sul nostro modo di pensare il lavoro?
Abbiamo analizzato temi come il calo demografico, la scarsa partecipazione femminile, giovanile e delle categorie fragili al lavoro, e le conseguenti carenze di persone e competenze che già le imprese si trovano ad affrontare. Abbiamo anche parlato della difficoltà di adeguarsi ai nuovi modi di lavorare abilitati dalle tecnologie, come lo smart working, e di pratiche organizzative per assicurare inclusione e valorizzazione del mix generazionale nelle organizzazioni. Le crisi possono essere volano di trasformazioni politiche, economiche e sociali, per questo il progetto ha voluto mettere in luce i rischi legati all'inerzia e le opportunità per ridisegnare un modello di lavoro più equo, sostenibile e competitivo. Future of Workers è, in questo senso, un laboratorio permanente per immaginare il lavoro che verrà.
L'esperienza dell'Osservatorio è confluita in un libro, Il lavoro di domani, oggi. Sfide e pratiche inclusive per affrontare la transizione digitale, ecologica e sociale, edito da Guerini Next a tua cura e uscito nel 2024. Il volume raccoglie i principali risultati di questo percorso raccontando come la trasformazione del lavoro possa essere guidata secondo regole di equità, inclusione e sostenibilità. Quali sono gli elementi imprescindibili affinché il mercato possa muoversi in questa direzione?
Il libro nasce dall'esigenza di tradurre due anni di ricerca e confronto in una visione operativa: come far sì che l'inevitabile trasformazione del lavoro sia anche giusta. Le transizioni in corso – digitale, ecologica e sociale – non sono neutrali: possono ampliare le disuguaglianze o ridurle a seconda delle regole che le governano. Gli elementi imprescindibili sono tre. Primo, una strategia di lungo periodo che metta le persone e la qualità del lavoro al centro delle politiche pubbliche e delle policy aziendali. Secondo, un massiccio investimento in competenze, in primis tecniche e digitali ma anche trasversali, perché senza formazione diffusa non c'è transizione sostenibile. Terzo, un nuovo patto sociale tra imprese, istituzioni e lavoratori e lavoratrici, basato su partecipazione, trasparenza, valore e responsabilità condivisa. Solo così la transizione potrà diventare un'occasione di progresso collettivo e non di esclusione. Il lavoro di domani si costruisce oggi, ma deve essere progettato con e per le persone.
Il 2025 è stato un anno importante perché ha visto la Fondazione Brodolini entrare a far parte, con il progetto Ecosistema Futuro, dell'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), una rete di oltre 300 tra associazioni ed enti, da anni impegnata nel raggiungimento degli obiettivi sostenibili dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite in Italia. Cosa significa far parte di un network così strategico in termini di agency?
Ecosistema Futuro è una partnership promossa da ASviS per mettere il futuro, o meglio i futuri possibili, al centro della riflessione culturale, politica, economica e sociale del paese. L'obiettivo è esplorare gli scenari oltre il 2030 e delineare, attraverso un confronto aperto e interdisciplinare, la strada verso uno sviluppo sostenibile che garantisca benessere, equità e qualità della vita per tutte e tutti, rispettando il pianeta da qui al 2100. Per la Fondazione Giacomo Brodolini, entrare in questa rete è strategico. Significa unirsi a oltre 300 organizzazioni che condividono l'impegno per il lavoro sostenibile e per un futuro che non lasci indietro nessuno. Stiamo vivendo un tempo di trasformazioni profonde che richiedono la capacità di immaginare scenari di lungo periodo e di delineare azioni che possano trovare una risposta oggi alle sfide di domani. L'Italia è ancora prigioniera di una visione di breve termine, e Ecosistema Futuro nasce proprio per superare questa miopia, restituendo a cittadini, cittadine, imprese e istituzioni strumenti e spazi per pensare e progettare il futuro insieme.
Con Scuola Futura prima – offerta formativa sul futuro del lavoro dedicata ai docenti delle scuole italiane di ogni ordine e grado – e poi con HR Tech – percorso di formazione ideato per aiutare le organizzazioni a orientarsi tra i cambiamenti generati dall'introduzione dell'intelligenza artificiale nel mondo delle risorse umane – la Fondazione Brodolini ha messo a frutto le conoscenze accumulate in questo ambito anche in un settore strategico come quello della formazione. In che modo secondo te le competenze umane si stanno rideclinando in un momento in cui l'intelligenza artificiale assume un ruolo sempre più centrale nella vita delle persone?
La formazione è uno dei pilastri strategici per affrontare i cambiamenti del mercato del lavoro. Con Scuola Futura siamo partiti dagli insegnanti, che hanno la responsabilità di preparare le nuove generazioni a un mondo radicalmente diverso da quello di cinquanta anni fa. Devono poter contare su nuovi strumenti, anche digitali, e nuove metodologie per trasformare la didattica da trasmissiva a interattiva, capace di sviluppare competenze oggi essenziali come il pensiero critico e analitico, le abilità sociali, la creatività e la capacità di "imparare a imparare". In un contesto in cui l'intelligenza artificiale può fornirci informazioni e nozioni di ogni genere, la sfida è formare cittadini e cittadine consapevoli che sappiano usarla per potenziare le capacità di azione in modo critico e responsabile, riducendo il rischio di un uso distorto, come ad esempio delegare all'AI il compito di pensare.
Quale impatto pensi che l'intelligenza artificiale avrà nel breve termine sull'organizzazione del lavoro e sulle sue strutture, oltre che sulle responsabilità e sulle relazioni professionali?
Nei prossimi anni, l’intelligenza artificiale avrà un impatto molto profondo sull'organizzazione del lavoro. Gli "intelletti sintetici" stanno già entrando negli organigrammi aziendali e questo non è solo un salto tecnologico, ma un vero cambiamento organizzativo e culturale. Le imprese dovranno imparare a integrare in modo responsabile gli Agenti AI, mettendo le persone al centro, affinché si crei non sostituzione, ma potenziamento umano e creazione di valore condiviso. L'introduzione degli Agenti AI ridefinisce le strutture e le relazioni professionali: i compiti si redistribuiscono, i ruoli passano da esecutivi a orchestratori, servono nuove competenze di AI literacy, e la responsabilità per le decisioni diventa condivisa tra persona e macchina. È una trasformazione che richiede fiducia, formazione e governance etica.
Puoi farci qualche anticipazione sulle ricerche in corso che la Fondazione sta portando a termine?
La Fondazione sta approfondendo questi temi nel progetto di ricerca AgenticAI, tramite il quale vogliamo studiare l'impatto dell'intelligenza artificiale agentica sul lavoro delle persone, anche alla luce del concetto di captured capital elaborato da Ifeoma Ajunwa, studiosa di etica dell'intelligenza artificiale. Il rischio è che i dati e le conoscenze tacite di lavoratori e lavoratrici utilizzati per addestrare gli "agenti" diventino capitale "catturato" dalle imprese senza contropartita per le persone. Il nostro obiettivo è promuovere modelli di adozione che garantiscano trasparenza, diritti e controllo umano, evitando che la produttività venga ottenuta a scapito della dignità, dei diritti e dell’autonomia delle persone.