Generare impatto con il social procurement in Italia
Partecipazione, inclusione e costruzione di reti locali sono gli elementi alla base del social procurement, una delle principali leve dell'innovazione sociale per attivare una transizione giusta e generare impatto, non solo profitto. Un approccio che si sta rivelando cruciale per affrontare le sfide dell'innovazione nel presente, e lo sarà ancora di più nel prossimo futuro.
Ne parliamo con Francesca Buonanno, coordinatrice dell'Area Innovazione della Fondazione Brodolini.
Di cosa parliamo quando parliamo di social procurement e perché oggi più che mai questo approccio si profila come elemento cardine dell'innovazione sociale?
Quando parliamo di social procurement parliamo di un modo diverso di concepire gli acquisti: non solo come atto economico, ma come strumento di trasformazione sociale. È una visione che Fondazione Brodolini promuove da anni, convinta che ogni scelta – anche quella di un fornitore – possa generare valore per le comunità, includere chi è ai margini, rafforzare i territori. Social procurement significa includere criteri sociali nei processi di approvvigionamento, favorendo imprese sociali, cooperative, realtà che assumono persone in condizioni di fragilità. In un momento storico segnato da disuguaglianze, transizioni ecologiche e digitali, questo approccio si rivela oggi più che mai cruciale. È una leva potente dell'innovazione sociale, perché mette in rete istituzioni, imprese e attori del terzo settore con un obiettivo comune: generare impatto, non solo profitto. Ed è proprio su questo terreno che Fondazione Brodolini costruisce alleanze, progetti e visioni per un'economia più giusta e inclusiva.
La Fondazione Brodolini è stata tra le prime realtà in Italia a credere nel potenziale del social procurement, in che modo questa visione si è tradotta nei progetti dell'Area Innovazione nel 2025?
Trasformando questa visione in pratica, attraverso progetti che mettono davvero il social procurement al centro. Con Impact 2026, abbiamo accompagnato imprese sociali, cooperative e PMI nei territori delle prossime olimpiadi e paralimpiadi invernali di Milano-Cortina, supportandole nell'accesso alle opportunità dei Giochi. A Milano abbiamo promosso il ciclo Cooperare per innovare, per raccontare cosa significa, concretamente, fare acquisti pubblici con impatto sociale. E con il progetto europeo SEFIT abbiamo sperimentato nuovi modelli di collaborazione tra attori locali per affrontare insieme la transizione verde e digitale. Insomma, stiamo cercando, giorno per giorno, di passare dalla teoria alla pratica, facendo rete, ascoltando i territori e costruendo strumenti replicabili.
Il progetto Impact 2026 sta mostrando che il social procurement può essere un volano per uno sviluppo locale più equo e partecipativo. In che modo? Che valore può generare, localmente e a livello nazionale?
Impact 2026 sta mettendo in evidenza un aspetto fondamentale: se ben guidato, il social procurement può davvero cambiare le regole del gioco. Il nostro punto di partenza sono state le opportunità concrete offerte dai Giochi, ma con un occhio al lungo periodo. Abbiamo lavorato per rafforzare le imprese sociali, creare relazioni tra piccoli fornitori e grandi player, costruire filiere locali più solide e inclusive. Questo genera valore: occupazionale, produttivo, ma soprattutto relazionale. A livello nazionale, stiamo contribuendo a costruire un modello replicabile, che può essere adottato anche in altri contesti – non solo legati ai grandi eventi. È la prova che la spesa pubblica può essere motore di coesione e innovazione.
Qual è stata la risposta dei territori alle vostre iniziative? Si è creata una rete o un ecosistema virtuoso?
La risposta dei territori al progetto Impact 2026 è stata estremamente positiva e partecipata. Amministrazioni locali, imprese e organizzazioni del terzo settore hanno colto con interesse la sfida di rendere più inclusiva e sostenibile la filiera degli appalti legati ai grandi eventi. In territori come Cortina e la Valtellina, la Fondazione Brodolini ha facilitato momenti di ascolto e co-progettazione che hanno favorito la nascita di reti locali collaborative, mettendo in dialogo attori che spesso non avevano mai lavorato insieme. Attraverso attività di capacity building, eventi pubblici, laboratori e incontri mirati, si è iniziato a costruire un ecosistema virtuoso, in cui enti pubblici, imprese tradizionali e imprese sociali riconoscono nel social procurement una strategia condivisa per generare impatto. Questa dinamica è stata resa possibile grazie a un metodo di lavoro partecipativo e orientato al territorio, che ha rafforzato competenze e relazioni. Il valore generato non è solo economico, ma soprattutto sociale: una nuova cultura dell'acquisto pubblico che punta su coesione, inclusione e innovazione.
In che modo l'approccio di Fondazione Brodolini all'innovazione sociale dei territori sta ispirando altre realtà pubbliche o di ricerca? E come vedi l'evoluzione del social procurement nel prossimo futuro?
Negli ultimi anni abbiamo visto crescere molto l'interesse attorno a questi temi. Sempre più enti pubblici, università e centri di ricerca ci chiedono di raccontare cosa facciamo, come lavoriamo con i territori. Il nostro approccio è semplice ma efficace: mettiamo insieme progettazione partecipata, ascolto attivo e costruzione di reti locali. Questo metodo sta facendo scuola, anche perché non ci limitiamo alla teoria: portiamo soluzioni concrete, adattabili, che parlano alle esigenze reali degli enti e delle comunità. Quanto al futuro del social procurement, lo vedo come una delle leve principali della transizione giusta: sarà sempre più parte delle politiche pubbliche, dei bandi, dei piani strategici. Ma perché questo accada davvero, serve continuare a sperimentare, formare e, soprattutto, dimostrare che funziona.