Prospettive di genere nel mercato dell'innovazione

Integrare la parità di genere e l’attenzione alla diversità nel mercato dell’innovazione significa anche ridefinire la progettazione dei prodotti e lo sviluppo professionale nei settori della salute, della transizione ecologica e della trasformazione digitale. Con questa intenzione, dal 2023 Fondazione Giacomo Brodolini è stata parte attiva di Gendered Innovation Living Labs (GILL), progetto finanziato dall'Unione europea all'interno del programma Horizon Europe Research and Innovation.

GILL è un progetto nato con l’intento di favorire il cambiamento organizzativo e culturale dei “living lab” europei, coinvolgendo il mondo accademico, il settore pubblico, l'industria e la cittadinanza. Il progetto è stato coordinato da ENoLL, la rete europea dei living lab, che ha definito il modello utilizzato all’interno del progetto. Questo modello riprende l'approccio della cosiddetta "quadrupla elica", che si traduce nel mettere insieme, su un dato territorio, tutti gli stakeholder che sono potenzialmente interessati al processo di innovazione, quindi le università, le imprese, i cittadini e le cittadine, gli enti pubblici territoriali. Attraverso momenti laboratoriali, che possono essere più o meno strutturati e co-progettati all'interno dei contesti in cui questi stakeholder operano, si cerca di capire l'impatto dell'innovazione in quel determinato contesto. L'idea non è nuova, esiste già da tempo.

L’aspetto nuovo è il fatto che, attraverso ENoLL, ha preso forma una rete di living lab che sono attivi all'interno di varie realtà, in Europa e non solo. Il modello definito da EnoLL e adottato da GILL - basato sulla creazione di gruppi multistakeholder sui territori, sulla definizione di strumenti per la co-progettazione, su momenti in cui si lavora insieme, sperimentando questo approccio in contesti diversi - ha introdotto poi un ulteriore elemento innovativo, quello della dimensione di genere. Perché in queste attività laboratoriali territoriali di co-design non necessariamente era presente un'attenzione alle diversità.

Come partner del progetto, Fondazione Brodolini ha condotto una sperimentazione in due hub per arrivare alla messa a punto di una metodologia di genere per l’innovazione. La Fondazione Brodolini lavora su genere e innovazione da molto tempo: dai progetti su genere e scienza, passando per tutti quelli che, a partire dal 2012, si sono focalizzati sui Gender Equality Plan come strumenti per il cambiamento organizzativo nelle realtà che fanno ricerca, con l'obiettivo di introdurre una prospettiva di genere all'interno di enti pubblici e privati. Quindi alcuni elementi sono emersi con GILL, altri facevano già parte del patrimonio di elaborazione di conoscenza della Fondazione e sono stati usati nel contesto di questo specifico progetto.

L'elemento innovativo, soprattutto dal punto di vista di FGB, è stato tentare di sperimentare alcuni di questi strumenti nelle attività dell'Area Innovazione della Fondazione. Inizialmente avevamo pensato di inserire alcuni percorsi formativi su genere e innovazione e sulla progettazione in un'ottica di genere nei percorsi già esistenti delle start up con cui lavoriamo. Questo però si è rivelato complicato, perché spesso i progetti che la Fondazione segue sono progetti finanziati, hanno dei loro calendari. Tuttavia, abbiamo condotto delle sperimentazioni e capito che c'era la necessità di fare un lavoro di analisi più complesso sulle attività di Fondazione per l'innovazione da un punto di vista di genere, per capire in che modo integrare una prospettiva di questo tipo nei vari passaggi della progettazione e dell'implementazione dei percorsi di innovazione.

Con il progetto GILL, con l'Area Social Justice della Fondazione Brodolini abbiamo fatto un vero e proprio assessment di genere, raccogliendo dati, esaminando chi partecipa ai programmi, chi sono i docenti, come vengono presentati i bandi, e abbiamo elaborato una checklist, una sorta di guida che può essere utile ai centri che svolgono attività di sostegno all'innovazione di Fondazione, ma in generale ai centri che sostengono l'innovazione, per incorporare una prospettiva di genere nei percorsi di innovazione.

Questo perché sappiamo che le donne continuano a essere sottorappresentate nei percorsi di innovazione – e, spesso, anche nei settori dove sono più presenti, quando si tratta di prendere parte a iniziative, formazioni, viaggi, missioni, tendono a essere le socie che partecipano con più difficoltà. E però ci sembrava interessante provare a spostare l'attenzione non solo sul dato quantitativo (quante donne), ma anche sul dato qualitativo – cioè che tipo di innovazione, che tipo di progetti, che tipo di cliente ideale si ha in mente quando si pensa a un progetto, a un prodotto, a un servizio – e tentare di connotare questo soggetto di riferimento attraverso una serie di caratteristiche legate alle sue differenze, alle sue peculiarità, anche nell'ottica di offrire servizi e prodotti più attenti alle esigenze delle persone e quindi, in ultima analisi, allargare il mercato. 

Sempre più spesso, infatti, i finanziamenti seguono criteri che premiano una certa visione, una certa modalità di impresa che tende a non valorizzare, per esempio, l'attenzione che le donne, le imprenditrici più degli imprenditori, sembrano prestare a sostenibilità, durata dell'impresa, alle persone, ai talenti. Sono criteri oggettivi anche questi, che però vengono valutati meno rispetto a criteri puramente economici di ritorno sugli investimenti.

Per capire che modo la formazione e la consulenza personalizzata offerte alle start up hanno contribuito a integrare la prospettiva di genere nei processi di innovazione, specialmente in settori fortemente innovativi come quello dell’intelligenza artificiale e della green economy sarebbe importante poter fare una valutazione di impatto a posteriori. Da un lato, infatti, lavoriamo con start up, quindi con imprese che sono nella loro fase iniziale, ed è per questo che abbiamo spostato il focus dalle imprese ai soggetti che offrono sostegno all'innovazione.

Abbiamo pensato che, se si fosse riuscito a generare un maggior interesse da parte di chi lavora nell'ambito dell'innovazione verso questioni legate a diversità e genere, questo a lungo termine avrebbe potuto avere un impatto più forte che non lavorare sulla singola impresa: per capire cosa succede nella singola impresa, bisognerebbe avere tempo di monitorarla da due a tre anni. Abbiamo avviato quindi dei laboratori di design e progettazione, nell'ambito dei quali sono emerse idee che sono state elaborate anche perché le persone cominciavano a considerare che c'era un'attenzione al genere. Allo stesso tempo, alcune reti di imprese si sono mostrate interessate a inserire un approccio alla diversità e al genere nel loro percorso di innovazione, un elemento che in potenza può avere un grande impatto. 

Il progetto ha coinvolto non solo partner in settori diversi ma anche di natura molto diversa. Gli ambienti di sperimentazione erano circa 17-18. In ogni paese coinvolto ce n'era anche più di uno e non tutti lavoravano sugli stessi contenuti. Ne è venuto fuori un mosaico di esperienze molto diverse, il cui obiettivo era quello di produrre un cambiamento culturale che consentisse al mondo dell'innovazione e a quello delle politiche di genere di incontrarsi e di trovare delle sinergie. Su questo abbiamo imparato molto. Esiste una piattaforma in cui sono raccolte pratiche ed esperienze circolate all'interno dei living lab.

Ci sono anche molti strumenti, che vanno da come gestire una riunione facendo attenzione alle dinamiche che possono mettere in difficoltà quei soggetti che sono più lontani da chi detiene il potere, a come fare a inserire nella progettazione un'attenzione alle diversità. Nella primavera 2026 questi contenuti saranno raccolti in un libro che sarà pubblicato da un editore accademico e che includerà una serie di interventi e articoli per raccontare nel dettaglio i vari punti di vista e le varie esperienze che hanno fatto parte di questo percorso. Con GILL sicuramente abbiamo imparato esistono già tanti strumenti quando si parla di genere e innovazione: non bisogna ricominciare da capo, perché in realtà sono più di vent'anni che la Commissione europea produce materiali, la cosa importante è trasferire tutta questa ricchezza tecnica in iniziative pratiche e concrete che vanno poi portate avanti nel tempo. 

Guardando al dibattito europeo, certamente c'è una resistenza, una tendenza a tornare indietro, il tentativo di bloccare alcuni processi. Ma esistono alcuni segnali che fanno pensare che, magari cambiando le parole di riferimento, si continuerà ad andare nella direzione della messa in discussione di un modello di innovazione dove c'è una soluzione unica che vale per tutti, perché c'è un ideale di cliente-utente di riferimento che in teoria è neutro, ma che in realtà è molto connotato in un'ottica di maschile sovraesteso. Quello che, soprattutto in Europa, si sta cercando di fare è trovare un modo per difendere questo approccio – che per la Commissione europea nell’ambito del programma Horizon è un approccio di competitività, in quanto si ritiene che l'attenzione al genere sia uno degli elementi che farà dell'Europa una potenza di competizione e di qualità nella ricerca. Quindi si tratterà di capire come fare a difenderlo, evitando che sia oggetto di attacco da parte di altri paesi, e altri contesti.

Pensando al futuro, in Europa si sta discutendo di un nuovo programma dedicato a innovazione e inclusione, che dovrebbe essere una sorta di spin-off di Horizon, collegato non alla DG Ricerca e Innovazione ma alla DG Impresa, quindi l'area che prende in considerazione la prospettiva di genere e delle diversità all'interno delle realtà imprenditoriali.

Quello che sta accadendo è che l'attenzione alla giustizia sociale si fonde con il fatto che le persone vengono anche percepite come clienti, fruitrici di servizi, e quindi ritenute interessanti dal punto di vista del business. Inoltre l'Europa si sta accorgendo dell'importanza dell'intersezionalità: ci sono una serie di progetti, per esempio il progetto Inspire - che vede l'Area Social Justice di Fondazione nel board e con cui collaboriamo in qualità di esperte - che sta tentando di elaborare dei Gender Plus Equality Plans, cioè dei piani per il cambiamento organizzativo delle organizzazioni che fanno ricerca che tengono conto dell'esigenza di rendere l'organizzazione più inclusiva da un punto di vista di genere, ma non solo.

Sappiamo che il genere è stato il primo elemento su cui si è fatto molto in termini di inclusione, ma che ce ne sono tantissimi altri che è più difficile rendere operativi e che sono all'orizzonte. Le organizzazioni che fanno innovazione sono sempre più chiamate a tener conto di questi elementi perché le persone lo chiedono, perché manifestano bisogni ed esigenze. E sarà questa la direzione che, magari con qualche passo indietro e continui slanci in avanti, continuerà a essere percorsa.

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